La mia Vucciria

La mia Vucciria – è un ricordo affettuoso dell’autore, dedicato ad un mercato palermitano che di fatto non esiste più. Ce lo racconta con un filo di nostalgia, Francesco Di Franco, graditissimo odierno ospite di “Amici di Cara Palermo“.

Francesco Di Franco

“Francesco nasce l’8 settembre del ’59 a Palermo, con l’esigenza di sentirsi cosmopolita di ogni luogo, perché la prima poesia è restare muti di fronte la bellezza del creato.. Artigiano e designer, sue opere fabbrili ornano chiese, ville e palazzi nobiliari. Nel 1978 viene pubblicato da Letizia Battaglia sulla rivista Grandevù, nel 2009 su Memorie delle edizioni Katakusinos e sulla rivista Nova Sicilia edita da Limoncelli. Nel 2015 e nel 2017 inserito in due volumi Ed.Tipheret. Pubblica nel 2017 la sua prima raccolta poetica, “L’isola che amo”, con Edizioni Qanat …”

Torno tra vicoli vissuti tanti anni.

Come una grande madre, chi l’ha vissuta la sente intimamente propria piazza Caracciolo, adottato da una cultura popolare carica di tradizione.

Le atmosfere

Scenario immaginario di voci, usi e costumi che hanno caratterizzato uno dei mercati più antichi di città, dove un tetto di tessuti arancione, quello delle tende o “pinniate” su negozi e bancaralle per ripararsi da pioggia o fare ombra, dava il via alle attività caotiche.

Vucciria (© Angelo Trapani)
Vucciria (© Angelo Trapani)

Le voci

Le voci famose, dette abbanniate, dei venditori ambulanti che decantavano la merce, per attirare l’attenzione dei prodotti tipici della Boucheria che in francese stava per macelleria.

L’arte dell’esposizione

Tra varietà di frutta, pesce, spezie, ambulanti che gareggiavano a vendere quello che rappresentò il food cittadino che balzava da un sapore tipico all’altro, di specialità nostrane, che trasformava il business in vera esposizione artistica.

Una vera movida quotidiana dall’alba alla sera, un formicaio di gente simile alla calca di un tram affollato, dove le fermate erano tra banchi e banchetti e dal piano rialzato della trattoria shanghai si ammirava dall’alto il grande palco della Vucciria.

Piazza Caracciolo
Piazza Caracciolo alla Vucciria – anni ’60

Cosi dal panellaro, allo stigghiolaro, dal purparo, al banco della focaccia ca meusa, dal deliscatore di alici e aringhe ai panieri con i babbaluci.

Vucciria (© Angelo Trapani)
Vucciria (© Angelo Trapani)

Il mistero dello zio Turiddu

O al paniere misterioso con il panno sopra, dello zio Turiddu, che infilando il braccio all’interno, dopo una rituale mescolata, fuoriusciva la frittola per poggiarla sulla mano del cliente fornita di carta oleata, o per il panino che spesso accompagnava all’insalata.

Attività svariate che rendevano frizzante il commercio, i sigarettai accanto la taverna “ru Pirtusiddu”, ricordo Talilieddu con il baccalà che perennemente bagnava quelle balate che ai tempi non si asciugavano mai.

E Billy, in giro per botteghe, che vendeva numeri per arriffare, ovvero sorteggiare, un cesto imbandito di carni e pesci, oppure un venditore di zucchine verdi “agghiacciate” nel tempo di calura estiva, insomma uno spettacolo giornaliero in cui circolava il senso dell’umano e ci si rianimava.

La storia del passato

In questi pensieri si collega la voglia di ricreare l’atmosfera non solo di un racconto, di un ricordo, bensì quella di suscitare la volontà di non perdere la storia di un passato, senza il quale non potremmo riconoscere le nostre consolidate origini.

Di riesportare un prodotto culturale, di non abbandonare amaramente la storia a se stessa, poiché parafrasando lo scrittore cileno Luis Sepulveda “un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”.

Francesco Di Franco, fabbropoeta

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