Minchia ra cunfusione

Minchia ra cunfusione nasce dai ricordi dell’odierno ospite di Amici di Cara Palermo: Vincenzo La Lia.

Laureato in scienze geologiche, svolge l’attività di soccorritore 118. Fin dalla tenera età innamorato della scrittura e del teatro. Ha studiato teatro presso la putia D’arte Malvina Franco e presso il teatro Brancaccio di Carlo D’Aubert.
Oggi gestisce il laboratorio teatrale ADDISA, grazie al quale ha portato in scena diverse opere teatrali, tra le quali NSONNU E MAGARIA scritte di suo pugno.
Nel 2019 è stato l’autore di un libro edito da Qanat edizioni “ASSIETTATI CA TU CUNTU

Vincenzo ci racconta un bellissimo aneddoto. Una storia in cui molti lettori ritroveranno se stessi da piccoli. Un tuffo in quei ricordi e nelle atmosfere vissute qualche anno fa, quando da ragazzini ci si preparava alla nostra personale conquista del mondo.

A 12 anni ci si sentiva già sicuri di sapere “ciò che si vuole e come ottenerlo”. Ma ben presto imparavamo che bisognava fare i conti con la realtà, con gli altri, con i genitori e… soprattutto con l’altro sesso, che a noi “masculiddi” ci fa sciogliere come neve al sole. Insomma, cominciavamo a misurarci con la vita, per imparare a viverla.

Ma, i sogni son sogni, e il mondo si conquista un passo alla volta, esperienza dopo esperienza; lividi e chianciute, cerotti, timpulate e cavuci ‘nculu. Come ci racconta il nostro amico Vincenzo, nostro graditissimo ospite.

Minchia ra cunfusione di Vincenzo La Lia
Minchia ra cunfusione di Vincenzo La Lia

La storia

Per aprirla, spingemmo la porta aiutandoci con spalle e fianchi.  

Minchia ra’ cunfusione”  esclamò Pietro. 

Le pareti rifinite con la tonachina e impegnate di sale nitro, il tetto con travi e tavole grezze non dipinte, macchiate di muffa per le infiltrazioni. Fui il primo a varcare la soglia.

Saltellando, mi districai tra le neglie. Sacchi neri pieni di vecchi vestiti, scarpe, borse e libri. 

Da una valigia semiaperta, impolverati fuoriuscivano gli addobbi natalizi che, illuminati dalla luce del vano scala, come un caleidoscopio, sbrilluccicavano e tingevano di fatui arcobaleni la stanza, le nostre maglie e i nostri visi.

Ecco questa, da oggi è la nostra sede“, esclamai. 

Gaetano, sghignazzando: “Ma che siamo opera Pia, Boyscout o azione cattolica? Questo nome, sede, un mi piaci” 

Pietro solenne, come un parrino dal pulpito sentenziò: “Chisto è il nostro laboratorio“.

Il laboratorio

Laboratorio, inconfutabilmente, era un modo piu’ toco di chiamare quel sottotetto due piani sopra casa mia.  

Farci calare la testa a mio padre e mia madre, ed avere il loro consenso, per l’uso del terrazzo, non era stata cosa da niente. 

Si sturii e sei promosso, la terrazza è tua e ci puoi fare quello che vuoi.  Ma a un patto,  che non ci fai cose pericolose né fuoco né polvere da sparo” 

Che detto cosi, sembravano raccomandazioni fatte a Giovanni Brusca quando era picciriddo o a Nerone preda dei suoi tick incendiari.  

Ma mamma e papà parlavano a ragion veduta, ogni parola era come il carrico della briscola. 

Ancora mi bruciavano le carni, per le timpulate di mio padre. 

Ho scoperto che tuo figlio e mio figlio Giampiero, si fottono le cartucce della mia scupetta, e si divertono a farle esplodere a colpi di martello.” 

La notizia fu battuta per telefono, non prima di qualche convenievole e l’espressione di mio padre, nella frazione di un secondo, passò da sorriso di circostanza al ghigno di Hannibal ancora sporco di sangue. 

Gran cornuto, che sei, lo capisci, che a giocare, cosi si muore?

Me lo disse a ritmo cadenzato delle sue mani, mentre cutuliavano ogni mio singolo distretto corporeo.  

E qualche anno addietro, casa di nonna, fu per intercessione di San Giustiddo, che non andò a fuoco. 

Così diceva nonna, mentre il rosario le scivolava tra le mani.

Grazie San Giustiddu, tutto chino di carita, ca’ supra lu focu, ci mittisti la manu” 

Un lumino, posto sopra la giara dell’olio, sormontato da una scarpa di gomma, era un fatto degno d’esser menzionato nei migliori manuali per aspiranti piromani. Una miccia a lenta combustione, né più né meno.

Ad evitare il peggio, ci penso’ l’olfatto fine della zia Enza. Altro che Santo Giustiddo. 

Ma chi sta pigghiannu focu?  Che cos’è questo feto di gomma abbruciata?

Il motivo di tale gesto, resto’ per sempre occulto tra le malepinsate di Enzuccio, un picciriddo di circa otto anni, con una faccia di ancileddo appizzato al muro e con l’animo da satanasso. 

Ognuno di noi portò qualcosa. 

Il laboratorio, dopo che fu sbarazzato e pulito, doveva essere arredato.  

Pietro, una bilancia da cucina, verde smeraldo, dismessa da sua madre perché con la nuova cucina americana, non ci appizzava niente. 

Gaetano, portò una scopa, una paletta e una cardarella sporca di calce.

“Questo passa il convento” le disse sua madre.

Mommo invece, con aria malandrina e l’andatura annaculiante, si  appresento’ con un fardello agghiummariato con dei fogli di giornale. 

Taliate chi c’è ca’!” 

E con la stessa solennità dei preti quando maneggiano l’ostia consacrata, mise sul tavolo la refurtiva. Due coltelli, lunghi, affilati, lucidi come specchi e con il manico di legno.

Minchia chi su belli” tutti in coro. 

Li ho presi in prestito dalla macelleria di mio padre. Però che sia chiaro, prima o poi, dovro’ restituirli e per miracolo di santa Rosalia, si dovranno rimaterializzare sul ceppo della chianca.” 

Suo padre, pover’uomo, non si diede pace per il delicato ammanco.

Per giorni, a litania, ripetette ossessivamente la stessa frase: “Ma come fanno a spiriri due coltelli del genere? Come fanno? Come fanno?

E passiava, avanti e indietro e ad ogni cambio direzione di cafuddava una timpulata sulla fronte. 

Poi su consiglio dalla moglie: “Non si sa mai, qualcuno che ti vuole male. Commette un omicidio e dall’impronta dei coltelli risalgono a te.” 

Nino il papà di Mommo, non ci dormì la notte e il giorno successivo, presentò denuncia alla stazione dei carabinieri.

Lode a Dio, qualche settimana dopo, e indagini si chiusero e la faccenda sparì in una bolla di sapone. Tutto archiviato.

Gli arredi

Il laboratorio, giorno dopo giorno, si arricchiva e faceva figura. Sui muri c’erano perfino i poster di Sabrina Ferilli, di Madonna, di Moana Pozzi e di Selen, che ci volevano occhi a talialla. 

Infine il calendario Pirelli, che avevamo rubato nell’ edicola di Giacomino, adornava il muro del bagno, quello senza finestre. Insomma non mancava nulla, era un laboratorio, con le pampine.

La bella Nadia 

Nadia la nipote di mia zia, era proprio sapurita, ma a noi, non ci cagava manco di striscio.

Era bella, strurusa e sofistica come i gatti, parlava in Italiano e abitava a Palermo. Le sue incursioni a casa della zia erano a cadenza settimanale, veniva per annacarsi mio cugino piccolo, quando zia aveva da stirare.

Si infilava nell’appartamento di zia, un piano sotto al laboratorio e non c’era proprio modo né di vederla, nè di poter scambiar due parole.

Il piano strategico

La mala pinsata fu di Tano, lo giuro, che tra tutti era il più alto e grosso. Lui aveva due armi segrete; le scarpe correttive che tiravano potenti calci come i muli e le sue malepinsate. 

Volete che Nadia esca nel pianerottolo e ci dia confidenza?” 

Sempre tutti in coro:  “Nca certo, si” 

E allora, come esca dobbiamo usare tuo cugino Massimiliano” 

E come?

Semplice, con la scusa di giocare con lui, lo facciamo uscire e poi...” 

E poi?” 

E poi, vedrete che se riusciamo a farlo piangere, lei di certo, uscirà per consolarlo

 Il piano era perfetto. 

Zia fai uscire Massimiliano, che giochiamo sul pianerottolo” 

Va bene Enzuccio, però stai attento che non si faccia male” 

Zia di me si fidava, ma vista la mia nomina, fino a un certo punto. 

Enzo mi raccomando” 

Come dice il detto “mi raccumannu a pecora al lupo” pensai.  

Per carità, qualche senso di colpa l’ebbi, ma durò il tempo che zia prendesse per mano Massimiliano e ce lo affidasse. 

Amore dai gioca con tuo cugino” 

Madre scellerata, affidare il picciriddo di appena quattro anni a quattro delinquenti dodicenni. 

Ciao Massimiliano, vieni, vieni che giochiamo” 

Tonf, il rumore della porta che si chiuse e per il povero Cristo furono timpulate e pizzicotti e calci, come se piovessero dal cielo.

Massimiliano e ora, o piangi e chiami tua cugina, ma senza dire quello che ti abbiamo fatto o la prossima volta, ti finisce anche peggio” 

Nadiaaaa mi sono fatto la bua. Ai, ai, ai, ai” 

E Nadia, bedda come la Santuzza Palermitana si affaccio’ e noi come ascaretti ci sciogliemmo.

Minchia che bona“, pensammo all’unisono. 

Qualche settimana dopo, mi presi di coraggio: “Nadia lo vuoi vedere il laboratorio?

Mi rispose con stucchevole sufficienza: “Ma si, vediamolo” 

Salimmo al piano superiore e tutto priato, con orgoglio aprii la porta.

Il giorno prima avevo avuto cura di nascondere poster sconci, immagini sconce e del calendario Pirelli, solitario resto’ il chiodo. 

Gli unici poster rimasti al chiodo furono, quello dei Duran Duran e di Simon Le Bon. 

“Ma è poco adorno, è squalliduccio. Tutto quà?  Sai, quà ci starebbero dei tappeti, qualche poltroncina di velluto e in quell’angolo ci starebbe bene una bella madonnina a mani giunte.” 

Ve la faccio breve; la settimana successiva il pavimento in battuto cementizio, era quasi sparito.

I bordi furono ricoperti, dai tappeti della signorina Vittoria, della signora Maria, della signora Ninetta e nella parte centrale della stanza, il più grande, il più maestoso, il tappeto di don Tanino, il parrino della chiesa di San Gaetano DICATUM.

Invece, una Madonnina malamente incollata, rottasi nel maldestro tentativo di prenderla in prestito da una cappella votiva, capitanava su una mensola di tavola da carpentiere, ancora sporca di calce.

Adesso, era tutto perfetto.

Un laboratorio, tra il mistico, il profano e con un tocco di femminilità picciridda. 

Vincenzo La Lia


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