Una passeggiata gastronomica

Una passeggiata gastronomica, nostalgicamente descritta dal nostro odierno ospite, che ci parlerà della sua infanzia e del percorso in autobus da Villaciambra in città. Un bel racconto nostalgico tra le pagine di Amici di Cara Palermo

Ma, prima scopriamo chi è l’autore:

Il mio nome è Toni Arioti. Sono nato a Palermo, nel quartiere delle rose, nel febbraio del ’63. Ho studiato in uno dei più bei palazzi di Palermo, il Palazzo Butera, allora sede dell’Istituto per il Turismo “Marco Polo”. A quel tempo era l’unica scuola dove si studiava per 5 anni, con due professori diversi per lingua, l’inglese, il francese e il tedesco.

L’amore per la Sicilia è nato facendo la guida. Da circa trent’anni vivo in Belgio e organizzo le vacanze di chi vuole andare in Sicilia.
Ho due figli splendidi e vivo tra il Belgio e la Sicilia, dove ho ritrovato l’amore.

La storia

L’autobus numero trenta partiva da Villaciambra e andava fino alla stazione centrale.

Era simile al vecchio ACM52 ritrovato nell’esercito vent’anni dopo, durante la leva: motore dietro l’autista, rumore d’ordinanza e gran calore. I bambini ci si sedevano sopra, e le cosce bruciavano soprattutto al caldo dell’estate.

Una passeggiata gastronomica

Quel motore degli anni ’50 non aveva le marce sincronizzate e per gli autisti fare le doppiette era quasi un passatempo.

Erano i tempi in cui c’era ancora il bigliettaio, seduto accanto alla porta a soffietto posteriore aveva uno sgabello incastrato su un banchetto a comparti dove stavano biglietti colorati, a seconda della tariffa: intero, ridotto, andata semplice, pensionato o studente.

Bigliettaio AMAT
Il bigliettaio dell’ AMAT

Dal capolinea di Villaciambra alla piazza Villagrazia, il trenta ci metteva appena 10 minuti. Attraversava a fianco di montagna distese di iardini: piantagioni di agrumi che annunciavano la Conca d’Oro.

Dai fianchi di Pizzo dell’Orecchiuta alla Cartiera dell’Olio di Lino tutti agrumi, ma soprattutto quei limoni dolci e profumati dei quali ho perso la traccia. Ogni tanto, entrando nel mio supermarket belga per un momento mi sembra di rivederli, belli, gialli, ma poi li odoro e niente…

Quella discesa era pericolosa per i freni idraulici e per chi, come uno dei miei zii, non sapeva che ogni tanto bisognava pompare. Si arroccò verso la montagna per frenare la sua lapa impazzita.

Gli autisti del trenta erano di un’altra pasta: bambino com’ero, me li sognavo la notte, a cavallo dei loro draghi meccanici, mentre planavano verso la pianura e sbuffavano fumo, che se hai fantasia è un po’ come le fiamme.

Villagrazia

Villagrazia era una borgata di campagna, frazione di Palermo, ma più frazione di sé stessa. Io ero un cittadino.

Abitavo a Palermo nel famoso quartiere delle rose. Mia madre aveva sposato uno della Guadagna che lavorava in un ufficio e al quale lo Stato, forse per compensare uno stipendio miserabile aveva affidato un alloggio dall’altra parte del mondo, all’ombra di una montagna più piccola dell’Orecchiuta, ma più importante.

Da quando mio zio si sposò, si liberò il lettino nel bivano dei nonni, ai Mulini Starrabba. Era un appartamentino piccolo ma dava sulla terrazza più alta dei Mulini e aveva una vista meravigliosa su Palermo.

In mezzo alla terrazza c’era un bellissimo fico, che mi ha insegnato a fare colazione al mattino con i frutti della natura e forse mi ha lasciato in dote un diabete.

Il tronco si apriva su due grandi rami (potenza della potatura) e per noi ragazzini era un piacere sedersi la sopra con le gambe penzolanti.
Insomma, da quando quel letto era libero, mia madre mi sbolognava ai nonni: era questo o la colonia, come dire la nutella o l’olio di ricino e quindi passavo le estati a Villagrazia.

Il nonno era un uomo grande e rispettato per quella particolare virtù, che in famiglia si erano tramandati da diverse generazioni, di trattare le erbe medicinali e di sapere quale erba fosse utile per questo o quel problema di salute.

Le ‘nciurie

E qui ci dobbiamo fermare un attimo, tanto l’autobus è ancora al capolinea. Dobbiamo parlare delle nciurie, i soprannomi che definivano le famiglie anticamente.

Si racconta che molti dei nostri emigrati, arrivati a Ellis island, luogo di accoglienza (per modo di dire, va) dell’immigrazione statunitense, non ricordassero il loro cognome ma la loro nciuria, che da quel momento divenne il family name della loro nuova vita.

Evidentemente le nciurie erano attinenti ad una caratteristica della famiglia e si tramandavano poi, senza che la si potesse cambiare. Che vuoi che ne sapesse un oscuro funzionario del Midwest che, per citare un esempio, Fecarotta era una nciuria alla base!

Zu Ninu Vilenu

Ma tornando a mio nonno erborista, diciamo che nella nciuria della sua famiglia c’era un pizzico d’ironia. Lo chiamavano tutti Zu’ Nino Vilenu. È un fatto che le pozioni che faceva, rimediavano il male, ma erano veramente disgustose e quando non lo erano ci metteva qualcosa per renderle disgustose, secondo quel detto che se è duci un fa nenti (benedetto sia Albert Sabin che inventò il vaccino antipolio con la zolletta di zucchero).

Durante i miei soggiorni estivi, una volta a settimana, non ostante le lamentele di mia nonna (più d’ordinanza che veramente sentite), il nonno mi portava in città.

Partiu, diceva mentre aspettavamo in piazza, come avesse sentito il clacson. Salivamo e io in genere subivo l’umiliazione di essere considerato sotto il metro, quindi non pagante! Mi andavo a sedere per ordine del comandante sul vano motore. Il nonno comandava a gesti e mezze parole e devo dire che era obbedito.

Oggi non c’è più soluzione di continuità e la strada passa in mezzo alle case in ogni momento ma allora c’era un lungo tratto di campagna e si raggiungeva Palermo nel famoso quartiere della Guadagna.

Da qui attraversavamo l’Oreto river di un famoso blues studentesco, si passava sul ponte e da Buonriposo si scendeva verso il Ponte dell’Ammiraglio. Sarà che sono mentalmente dislocato, ma sento ancora oggi i ferri garibaldini incrociare le armi con le truppe borboniche.

Scesi al capolinea alla Stazione Centrale, risalivamo assieme la via Maqueda a piedi quasi fino al Cassaro e davanti quella chiesetta dalle cupole rosse che era sempre chiusa, ci perdevamo nel labirinto delle stradine.

La passeggiata gastronomica

Il suo passo era sicuro ma la mia manina stringeva più forte la sua manona rude, quelle stradine mi rendevano inquieto.

Guardavo i balconi e i panni stesi, sentendo gridare (non sapevo allora che i decibel non determinavano un litigio, bisognava stare attenti al tono) da dentro le case, senza vedere l’origine delle vuciate.

Il nonno andava a colpo sicuro in quel labirinto e improvvisamente si arrivava sulla Piazza Ballarò. Era la prima sosta della nostra passeggiata gastronomica.

Lo sfincione di Cecè

Cécé, nome insolito per le nostre parti, aveva un carretto con due grandi ruote e due manici che erano stati modificati. Aveva fatto i soldi e aveva sostituito il mulo di suo padre con una lambretta, per cui i due manici erano stati adattati per trasformarlo in rimorchio.

Ma la cosa importante era quello che trasportava: a prima vista sembrava un frigorifero per gelati, ma da vicino era una resistenza (oggi si direbbe “poco a norma”) che teneva calde delle teglie dove c’era il suo bene: lo sfincione palermitano e Cécé divenne famoso – raccontava negli ultimi giorni della sua vita a chi lo volesse ascoltare – per quel famoso slogan: scarsu r’uogghiu e chinu i pruvulazzu che era una suprema ironia per ricordare la vendita ambulante.

Lo sfincione è una specialità di Palermo e provincia, ma io la preferisco nella sua variante palermitana: una pizza alta, morbida e “crostosa” alla base, condita con pelati, sarde salate, cipolle, varie spezie e… appunto pruvulazzu ru stratuni, anche se l’inquinamento del traffico degli anni ’70 non era lo stesso di oggi.

Cécé portava ai Mulini Starrabba una volta al mese qualche teglia di sfincione e il nonno riuniva la famiglia, 5 figli sposati con la media di tre figli ciascuno.

In cambio riceveva cacciagione, limoni, arance e mandarini e suo figlio veniva una volta a settimana a prendere il latte fresco della mucca sistemata tra la casa e la montagna.

Per questo il nonno era un buon cliente e Cécé gli dava sempre un assaggino, doppio quando c’era u picciriddu. Avrei voluto dire che sapeva di poco, tanto mi piaceva, ma lo sguardo di mio nonno bastava per desistere dal proposito.

Il Cassaro

Poi facevamo un’altra lunga camminata, e raggiungevamo il Cassaro in quel punto magnifico in cui si vede la Cattedrale. Già allora mi sembrava meravigliosa, ma quella cupola mi stonava. Quando appresi per la prima volta che essa era stata la cosa più visibile dell’intervento di un architetto che si chiamava Fuga, Ferdinando per l’esattezza, mi dissi che non appena finito il suo intervento dovette scappare dalla città e da qui derivava il suo nome.

Da dietro la cattedrale il nonno mi portò al Chiosco di Piazza Beati Paoli. Grazie a quel chiosco scopersi l’acqua cu zammù. Faceva caldo e quella sosta era particolarmente importante per lui.

I Beati Paoli

Perché mentre con dieci lire ci rinfrescavamo, lui si allontanava verso una chiesetta e cercava qualcosa.

Ugo, mio fratello, me lo spiegò tanti anni dopo: cercava l’uscita segreta della famosa setta dei Beati Paoli delle quali stava leggendo le avventure raccontate da Natoli. E infatti, all’edicola del Massimo si comprò la dispensa uscita quella settimana.

Attraverso l’Olivella giungevamo infine alla Piazza San Domenico. Mio nonno negli anni ’70 aveva 70 anni, era del ‘900 e non sono poco fiero di avere perpetrato la tradizione del secolo avendo un figlio nato nel 2000. Era un omone di 1 m 80 e io un picciriddu, che dopo quel giro soffriva.

Ci fermavamo al fresco della chiesa e mi raccontava che era il pantheon dei palermitani: mio nonno era uno di quei tanti ragazzi che non avevano la quinta elementare perché i maschi vanno a lavorare presto, ma poi gli piaceva leggere e si informava di tante cose.

Lo avevano colpito di più gli eroi della spedizione dei Mille, da Rosolino Pilo a Lajos Tüköry. Più tardi mi sarei affezionato a Michele Amari e Pietro Novelli; ma dal 2015 il mio pellegrinaggio annuale a San Domenico riguarda Giovanni Falcone.

La sua presenza tra i grandi di Sicilia è assolutamente giustificata.
Dopo la passeggiata continuava verso un mercato rumoroso, la Vucciria: la “boucherie” in francese significa macelleria, ma il mercato rappresentato da Renato Guttuso era specializzato anche in pesce data la prossimità con la Cala.

U panillaru

Alle volte il nonno comprava un pesce, ma raramente, si andava alla Vucciria perché alla fine c’era il panellaro e con trenta lire si poteva avere un panino.

Per quanto la farina di ceci non abbia un gusto specifico, tanto che i libanesi la condiscono con mandorle e menta per fare l’houmous e i liguri la friggano a pezzi per farne un condimento alle loro salse, a me il sapore delle panelle è sempre piaciuto, puro, senza limone e senza crocké. Il nonno invece tastava ru cazzilli.

Ci si incamminava quindi attraverso la via Roma verso la Stazione, dove l’appuntamento col trenta ci aspettava. In quel periodo ho imparato che il vero pane e panelle si mangia per strada, camminando.

Sull’autobus mi andavo a sedere di nuovo sul vano motore come all’andata, ma ero così stanco che mi addormentavo subito, mentre il nonno scambiava informazioni e aneddoti con il bigliettaio, l’autista e alcuni passeggeri.

All’arrivo, dovevamo camminare da Piazza Villagrazia ai Mulini Starrabba, dieci minuti che mi sembravano un’eternità.

Arrivati, il nonno metteva la pentola, faceva un pick-pack e si mangiava la pasta. Dopo, mentre mi andavo a riposare all’ombra del fico, il nonno sistemava la cucina e andava a leggere la dispensa.

Al sabato successivo, avrebbe riunito i nipoti accanto all’albero e ci avrebbe raccontato le ultime avventure dei Beati Paoli, con i nipoti attenti e i figli che fingevano disinteresse, ma giravano intorno per ascoltare.

Nonno Nino

P.s.: Questo ricordo è dedicato a Nonno Nino oltre che per l’amore che gli porto, per due ragioni: l’amore che lo legava a mia nonna, quasi cieca ma per il resto in ottima salute, che morì improvvisamente di trombosi.

Per un anno intero la chiamò, fin quando lei non se lo venne a prendere.
Per un ricordo a tutti i sofferenti del morbo di Parkinson.

Abbiamo vissuto con lui, le difficoltà di questa malattia insidiosa e ricordo ancora che quando il tremore della sua mano diventava quasi ingestibile, guardava in alto col suo occhio sinistro. E si calmava.

Toni Arioti


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