La leggenda del Pellegrino e il drago

La leggenda del Pellegrino e il drago, narra della storia di un santo, del noto monte di Palermo e del motivo per cui gli fu dato questo nome.

La leggenda del Pellegrino e il drago
La leggenda del Pellegrino e il drago

Il monte Pellegrino è da sempre indicato come un luogo particolarmente importante, soprattutto dopo il ritrovamento, nella famosa grotta, delle spoglie di Rosalia Sinibaldi. Fatto che come tutti sappiamo, grazie all’intervento del cardinale Giannettino Doria, nel 1624, diede inizio al culto della Santuzza nostra.

Però, in epoche ancor più remote, il monte era già considerato un luogo sacro, quanto magico. Si narra, infatti, che le sue alture fossero abituale dimora di misteriose divinità dell’acqua, affascinanti ninfe, fauni e dee pagane, queste adorate dal popolo con antichissimi rituali.

Idriadi, le ninfe dell'acqua
Gaston Bussière, Public domain, via Wikimedia Commons
Idriadi, le ninfe dell’acqua – Gaston Bussiere, 1927

Anche in epoche successive, il nostro Pellegrino, forse per la bellezza, per la sua forma, o per la posizione tra la terra ed il mare, (si narra che un tempo fosse addirittura un’isola, interamente circondata dalle acque) non è certo sfuggito alla creazione di miti e leggende, le cui narrazioni lo videro coinvolto in più di una occasione.

Oggi voglio parlarvi di una di queste leggende ma, prima di farlo, vi racconterò di un fatto che al tempo ho seguito anch’io.

L’ultimissima, tra queste, nata in tempi più o meno recenti, narra di una creatura misteriosa che albergava in una spelonca, affacciata a picco, su di una parete poco accessibile del monte. Questa era visibile percorrendo la strada sul versante di Mondello, da via monte Erkta.

Ma più che di una leggenda, si trattò di una curiosa storia metropolitana.

Il fatto

Ricordo che era un’estate dei primi anni ’80 e i quotidiani locali, per una buona ventina di giorni, sprecarono titoloni e fior di articoli che, sempre in prima pagina, non parlavano d’altro.

Un mostro sul monte Pellegrino

Si, era la notizia del momento, che in breve fece il giro della città. Udito da decine di persone, durante le sue esibizioni vocali, il misterioso essere catturava l’attenzione con strani versi o “ruggiti mostruosi”, che sembravano provenire da quel pertugio sulla roccia. Qualcuno lo considerò come una manifestazione sovrannaturale o, addiritura, demoniaca e chiese l’immediato intervento del Vescovo e di un esorcista.

Ricordo che alcuni giurarono di averlo visto, il mostro, nelle ore precedenti il tramonto, affacciarsi da quell’anfratto. “Una figura scura” – riferiva uno tra i testimoni – “con gli occhi rossi come il fuoco, emetteva forti ruggiti e versi sovrumani”.

Insomma, un bel mistero!

Ovviamente, il luogo divenne in breve meta di curiosi provenienti da ogni dove. Tutti volevano assistere alle performance vocali del mostro e, magari, riuscire ad intravederne il profilo per fotografarlo. Ogni giorno c’era una folla, radunata con questi propositi. Al punto che le autorità, per questioni di ordine pubblico e di intralcio alla circolazione, decisero di inibire temporaneamente l’accesso alla zona.

Mistero svelato

Alla fine, dopo quasi un mese di suspance, durante il quale si sciuparono le teorie più fantasiose: dal “mostro preistorico proveniente dal centro della terra“, all’ “extraterrestre atterrato e sperduto sulla montagna“, la verità venne finalmente a galla.

E, ovviamente, il tutto si risolse nel modo più banale e prevedibile: sul monte non c’era alcun mostro.

Sul mistero fece luce la guardia forestale. Incaricata di indagare sul misterioso animale, ha potuto constatare quale fosse la realtà dei fatti. La relazione concludeva che si trattava semplicemente di un grosso rapace, un – barbagianni – che aveva fatto, di quel buco nella roccia, la sua nuova dimora.

I versi sovrumani

Anche per i “forti ruggiti” è arrivata puntuale la risposta: verosimilmente, le pareti della grotta, facendo da cassa di risonanza, amplificavano a dismisura i versi dell’animale, tanto da renderli forti e irriconoscibili e, per alcuni, sovrumani.

Insomma, una bella storia metropolitana, basata su una particolare circostanza che niente ha di sovrannaturale, condita con un pizzico di fantasia e tanta suggestione. Tutti ingredienti del mix che alla fine ha generato il “mostro”. Chissà quanti di voi la ricordano… (fatemelo sapere nei commenti sotto al post nella nostra pagina Facebook).


La storia

Dopo questo aneddoto curioso, passo a descrivervi l’antica leggenda – una tra le tante – riguardanti il monte Pellegrino. Un fatto che, si dice, in epoche remote ha dato parecchi grattacapi, soprattutto agli abitanti della zona, in massima parte pastori e contadini che svolgevano il loro lavoro nei pressi della nota montagna palermitana.

La leggenda del pellegrino e il drago

Si narra che in un’epoca imprecisata (e già qui cominciamo bene con i dettagli mancanti, ma dovrebbe trattarsi del medioevo) un grande drago abitasse una delle caverne del monte Pellegrino.

Si dice che la feroce creatura, dopo aver mangiato tutti gli animali che vivevano sul monte (capre, volpi, cinghiali e conigli), sempre più affamata, un giorno si spinse verso le zone abitate, cominciando a fare incetta di cani, gatti e galline.

Mai sazia, presto finì per fare spuntino anche di quegli uomini, donne e bambini, che trovava lungo il suo cammino. E questo era l’aspetto peggiore, senza precedenti.

La paura del drago

Questo fatto preoccupò non poco i pastori e gli agricoltori del luogo che, tentando una soluzione al problema assoldarono più di un fiero cavaliere, affinchè sconfiggesse il mostro che li terrorizzava.

Fatto sta che il mostro, a quanto pare, l’ebbe sempre vinta. Infatti nessun cavaliere, incaricato della sua uccisione, fece mai ritorno da quell’impresa, ormai ritenuta impossibile.

Il piano strategico

Terrorizzate, le persone si arresero, e consapevoli di non poter sconfiggere il drago mostruoso, tentarono l’altra strada maestra. Il piano B: farselo amico.

Fu così che a turno, ogni pastore e allevatore, nel tentativo di placarne la ferocia, fece trovare vicino la tana del drago uno dei suoi animali, con le zampe ben legate, in modo che non potesse sfuggirgli.

La strategia sacrificale, secondo il piano, avrebbe permesso di far saziare quotidianamente il mostro, facendolo desistere dall’andare in giro a mietere altre vittime, ed evitando così ulteriori spargimenti di sangue.

L’idea sembrava buona, ma non andò come sperato. Infatti, malgrado il facile pasto assicurato giornalmente, il drago non fu mai abbastanza sazio e continuò ad andarsene in giro in cerca di altro cibo vivo da predare.

Ma la gente non si arrese, e convinti che alla lunga la storia avrebbe dato loro ragione, decisero di insistere con quella strategia.

La vittima sacrificale

Passarono i mesi e a un certo punto, finiti gli animali disponibili che furono tutti divorati dal mostro, oltre alla preghiera, restò un’ultima carta da giocare: tentare il sacrificio estremo.

Si pensò di offrire in pasto al mostro – un bambino – estratto a sorte tra i figli degli abitanti della zona.

Non avendo altra scelta si convinsero tutti che il sangue e le tenere carni della giovane vittima avrebbero certamente addolcito l’indole della bestia infernale, placandone per sempre la ferocia.

Il Santo Pellegrino

Ma quando tutto era pronto per il sacrificio umano, uno straniero di passaggio, fece la sua comparsa in quelle terre e si offrì di aiutare gli abitanti, ormai disperati, salvando così la vita al bambino che frattanto era già stato scelto.

L’uomo convinse tutti di poter affrontare il drago in campo aperto, e di riuscire a sconfiggerlo con la sua spada.

Il pellegrino sconfigge il drago

E così fu. Infatti, la leggenda narra che lo straniero fosse in realtà un santo (San Pellegrino), che grazie alle preghiere era venuto ad aiutare la gente del luogo.

Si racconta che il santo, dopo aver ucciso il drago, sparì in quella grotta che fu la tana della bestia feroce, ormai sconfitta per sempre. Lui, San Pellegrino, che era solito rifugiarsi in preghiera proprio dentro ad una grotta.

Seguirono grandi festeggiamenti e lunghe preghiere di ringraziamento al santo.

Questo aneddoto, secondo il suo narratore, diede origine al nome del monte, che fu chiamato Pellegrino proprio in onore del santo.


Una bella storia, che ricorda molto da vicino le gesta di San Giorgio che uccise il drago per salvare la principessa. Ma si sa, in epoca medievale, storie di santi, uomini e draghi andavano sempre per la maggiore.

Ndr: Una versione simile della stessa leggenda, che probabilmente ha dato origine anche a quella riportata in questo articolo, vede come teatro dei fatti la città di Caltabellotta, individuando sempre il Santo Pellegrino, quale personaggio principale della narrazione.

Dove si trova?


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