Quel ponte dell’Ammiraglio sul fiume Oreto

Il ponte dell’Ammiraglio è un vero gioiello dell’architettura medioevale palermitana. Ma è anche un ponte rimasto senza il suo fiume.

Il ponte dell'Ammiraglio - Palermo, 1131
Bjs, CC0, via Wikimedia Commons
Il ponte dell’Ammiraglio – Palermo

La storia

La sua costruzione risale al 1131, eseguita per volere di Giorgio D’Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II. Lo stesso che edificò la chiesa della Martorana (detta anche dell’Ammiraglio) in piazza Bellini. Attenzione a non scambiarla con la vicina San Cataldo, quest’ultima contraddistinta dalle sue tre cupole rosse; una vicinanza che da sempre confonde un pò anche i palermitani.

La costruzione di questo ponte, al tempo, si rese necessaria per attraversare il fiume Oreto, il maggiore tra i corsi d’acqua di Palermo, che in epoca araba era chiamato “Wadi Al Abbas”.
Lo scopo era quello di ricongiungere stabilmente il territorio della città con i terreni agricoli che stavano oltre il fiume, ed agevolare così il trasporto dei frutti di quelle terre verso i mercati del centro.

Il ponte dell’Ammiraglio

Il ponte, costruito secondo certi criteri di robustezza e durabilità, è riuscito a sopportare per secoli i grandi carichi sulla sua “schiena”, come anche la forza dell’impetuoso flusso delle acque di piena dell’Oreto alle sue fondamenta. Ma pure a sfidare con grande resistenza le inclemenze degli uomini e del tempo.

Infatti, con i suoi robusti blocchi di pietra e le poderose arcate a sesto acuto, giunge pressochè intatto fino a noi, dopo quasi mille anni di vicissitudini.

Durante la sua lunga vita, il vecchio ponte ne ha viste di tutti i colori: non ultime quelle dell’abbandono e della pessima abitudine di qualche palermitano di sottrarre i levigati ciotoli di fiume della sua secolare pavimentazione, per riutilizzarli poi come materiale da costruzione, chissà dove.

Nel tempo, tra le sue arcate, nacquero discariche incontrollate di materiali di qualsiasi genere, successivamente utilizzate per trasformarle in precari ricoveri da alcuni sanzatetto.

Parlando di un ponte, non si può certo prescindere dall’accenare alla storia del fiume che questo attraversava (coniugo volutamente il tempo al passato, poi vedremo perchè). Quindi, parliamone un pò.

Il fiume Oreto

Ormai è l’unico corso d’acqua superstite. Anzi, l’ultimo ancora “a vista” nella nostra città.
In realtà di corsi d’acqua ne esistono altri, oggi tutti completamente sepolti e tombati da tempo: ridotti cioè a rango di “fogna” ed impropriamente utilizzati come tali.

L’Oreto nasce dal monte Matassaro (1151 mt s.l.m.) nella contrada Portella di Renda, in frazione di Pioppo. Le sue acque attraversano la cosiddetta piana di Palermo, per giungere fino al mare, attraverso un percorso lungo circa 20 Km.

Così ne scrisse il Marchese di Villabianca:

“Niuno dunque si meravigli se l’Oreto per tante sue nobili prerogative sia stato stimato re trà fiumi di tutta la Sicilia… tanto che con eccesso di poetica libertà potè in seguito un ingegnoso poeta dire che il mondo resti più stupito per le qualità del fiume Oreto che per l’eccellenti prerogative dell’istessa città di Palermo, quantunque delle più sublimi vantar ne possa.”

Da “La fontanografia Oretea” – 1777

I mulini

Un tempo, preziosissimo per l’irrigazione dei giardini della Conca D’Oro, il corso del fiume era costellato da antichi mulini a pale che, sfruttando la forza della corrente delle sue acque, muovevano le macine in pietra, utilizzate per la molitura del grano, delle olive o di altri prodotti della terra.

Il nome dell’Oreto

Secondo Rosario La Duca, il primo nome attribuito al fiume Oreto risale al V-VI sec. d.c., ed era “Orethus“. L’origine era motivata dal fatto che un tempo, tra i vari detriti che le sue acque trasportavano a valle, si reperirono delle pepite d’oro.

La bonifica dell’area alluvionale

In tempi più recenti, l’intera area del cosiddetto piano dell’Ammiraglio è stata oggetto di forti modifiche, questo per porre rimedio ai danni causati delle piene del fiume, la cui portata nella stagione invernale si moltiplicava a dismisura, allagando tutta la zona circostante.

Fiume Oreto e il ponte dell'Ammiraglio
Il fume Oreto e il ponte dell’Ammiraglio

Il corso del fiume non è stato spostato

Al contrario di quanto molti credono (lo pensavo anch’io), la bonifica non portò allo spostamento del fiume in un secondo letto artificiale di nuova costruzione.

In realtà, dato che l’Oreto prima di arrivare al ponte dell’Ammiraglio si biforcava, nel 1938, si decise di eliminare un ramo della biforcazione e di intervenire in quello restante ingrandendone artificialmente il letto, per renderlo più ampio e maggiormente capiente.

Per realizzare questa grande opera idraulica, è stato in buona sostanza scavato in profondità ed ampliato il ramo del fiume che si scelse di mantenere, al fine di renderlo idoneo a sostenere la maggiore portata d’acqua.

La mappa del bacino idrografico

Per dissipare ogni lecito dubbio su quanto ho sopra affermato, sarà di grande aiuto la mappa, datata 1849, del bacino idrografico della zona prossima alla foce dell’Oreto. Da questa si evince chiaramente dell’esistenza della biforcazione di cui ho scritto e anche di alcune ramificazioni minori.

Mappa del bacino fluviale dell'Oreto
Mappa parziale del bacino fluviale dell’Oreto – 1849

Le due frecce rosse contrapposte, segnano le posizioni dei due ponti: dell’Ammiraglio (in basso) e delle Teste Mozze (in alto) sui due distinti rami fluviali. Per farvi orientare meglio, aggiungo che nella parte superiore della mappa sono perfettamente rappresentate le geometrie ortogonali dei viali della Villa Giulia.

Il canalone

Gli argini dell’alveo rimasto vennero rinforzati con dei robusti muraglioni. Così il fiume potè continuare a scorrervi dentro.

Lavori per il nuovo alveo del fiume Oreto
I lavori sugli argini nel nuovo alveo del fiume Oreto

La conseguenza diretta fu quella di lasciare praticamente all’asciutto il vecchio ponte dell’Ammiraglio.

Ponte Ammiraglio
il ponte dell’Ammiraglio all’asciutto

Successivamente l’alveo venne trasformato in una sorta di canalone pressochè rettilineo, rettificato e cementificato dal letto fino agli argini, che vennero rinforzati con il calcestruzzo, (in pratica lo stato attuale) dove, secondo il concetto del tempo: “… potevano defluirvi le acque, senza arrecar danno alle aree circostanti, anche durante i regimi di piena“.

Ancora oggi, il ponte si trova isolato, a quasi 100 mt dall’odierno corso del fiume, ed in mezzo ad un verde giardino, contornato da agavi.

Ma, per far ciò, si stravolse l’intero ecosistema fluviale di quel tratto, causando danni irreversibili alla fauna ed alla flora autoctona della zona.

La morte dell’Oreto

A questo scempio, seguì negli anni successivi la piaga degli scarichi fognari abusivi (dovuti all’antropizzazione), uniti a quelli dei vari opifici che già operavano nella zona. A farla breve, negli ultimi 100 anni, nelle acque dell’Oreto è finito di tutto. E questo è il risultato.

Un ecosistema nel quale oggi, secondo alcuni esperti della materia, il maggior rappresentante del regno animale presente in zona è il rattus norvegicus, (nome scientifico del “ratto di fogna”), (Riggio, 1993).

Cementificazione dell'alveo dell'Oreto
La totale cementificazione dell’alveo dell’Oreto (© Angelo Trapani)

Nel fiume si poteva pescare

Si pensi che c’è stato un tempo in cui nelle acque del fiume Oreto si pescavano esemplari autoctoni di storione, alcuni lunghi fino a due metri. Due di questi, pescati nel 1911 e poi impagliati, troneggiano ancora nelle vetrine del museo Doderlein di via Archirafi. Oltre a questi, erano molto comuni anguille, cefali e carpe.

In poche parole, abbiamo assistito alla distruzione, ed alla mortificazione, di un bene naturale di inestimabile valore.

Il futuro Parco dell’Oreto

Per fortuna, risalendo verso monte, in alcune zone, il fiume ed il suo letto mantengono ancora l’aspetto selvaggio originale. Eccezion fatta per la qualità delle acque che purtroppo sono inquinate da molteplici scarichi lungo tutto il percorso e/o dai suoi stessi affluenti. Ciò, ad eccezione di poche zone molto vicine alle sorgenti, che presentano ancora acque incredibilmente cristalline.

L’intero bacino dell’Oreto dovrebbe presto diventare “Parco Fluviale Protetto”, almeno così è previsto nel piano regolatore ed anche in alcuni progetti per il suo risanamento. In realtà questi, mai stati attuati, sono invece rimasti sulla carta e nelle buone intenzioni di pochi.

Il nuovo ponte Oreto

Dopo la modifica ed il convogliamento delle acque nell’unico alveo rimasto, reso più profondo e cementificato, per garantirne l’attraversamento fu necessario demolire almeno in parte il vecchio ponte già esistente in questo ramo (di cui parleremo nel paragrafo successivo), e costruirne uno nuovo. Si cominciò così la realizzazione del nuovo manufatto, battezzandolo con lo stesso nome del corso d’acqua che scavalcava.

Quest’ultimo ponte, in tempi recenti è stato abbattuto e sostituito con un altro, concettualmente più moderno: il cosiddetto “Bimodale”.

Inaugurato il 15 luglio 2015, il ponte bimodale, ha rimpiazzato il precedente, per rendere possibile oltre al normale transito veicolare anche il passaggio dei nuovi convogli del tram.

Il nuovo ponte bimodale sul fiume Oreto
Il nuovo ponte bimodale sul fiume Oreto (© Angelo Trapani)

Il ponte delle Teste Mozze

Torniamo alla storia: a questo punto, anche un accenno all’esistenza del ponte delle Teste Mozze, è quantomeno doveroso.
Riepilogando: fin qui abbiamo visto che un ramo del fiume, quello che passava sotto al ponte dell’Ammiraglio, venne definitivamente eliminato. Mentre venne scavato, ampliato e in parte raddrizzato il ramo restante.

L’immagine che segue è una serigrafia del 1836, dove è rappresentata l’esistenza di questo altro ponte di pietra che permetteva ancora l’attraversamento di quell’unico ramo del fiume poi rimasto. Era il famoso ponte delle Teste Mozze.

Il ponte delle Teste Mozze sull'Oreto
Il ponte delle Teste Mozze sull’Oreto

Già il solo nome evoca scene agghiaccianti e surreali. Infatti, la sua storia è legata a quella di un cippo di forma piramidale, dotato di alcuni ganci in ferro, che venne eretto nei suoi pressi. A questi ganci, pensate un pò, venivano appese le teste appena mozzate ai malfattori, che per i loro crimini venivano giustiziati sul luogo.

Questo “spettacolo” raccapricciante, era voluto per lanciare un esplicito messaggio a scopo di deterrenza. Un avviso rivolto a tutti quei malintenzionati che si volessero apprestare ad attraversare il ponte per entrare in città. Un chiaro monito per tutti.

La Madonna del Fiume

In ultimo, nei pressi del ponte, vi era anche una chiesetta, (parzialmente visibile sul lato destro dell’immagine qui sopra), dedicata alla Madonna del Fiume. Questa fu eretta nel 1785, su una precedente cappella o piccolo luogo di culto di campagna, dalla cosiddetta “Congregazione del Sabato” .

Nello spazio antistante la piccola chiesa, trovava posto una botola che dava accesso dall’alto ad un locale ipogeo chiamato “il Carnaio“. Era una sorta di fossa comune, dove venivano gettati i corpi dei giustiziati per decapitazione, le cui teste venivano invece appese ai ganci della piramide cui accennavo prima. Un angosciante rituale macabro.

Per questa ragione, la chiesa venne chiamata dal popolo “Dei corpi delle anime decollate”, (senza collo o meglio decapitate).

Le frasi dei nostri nonni

Sono certo che qualcuno tra voi, (io per primo rispondo di si), avrà sentito pronunciare almeno una volta ai propri nonni, la frase arrivata a noi in una forma sicuramente contratta: “armuzzichepeddicullati“, o nella forma estesa “armuzzi ri li corpi dicullati” e cioè: le anime dei corpi decollati. Ebbene, questa frase faceva espresso riferimento proprio alla vicenda delle teste mozze.

A memoria di quanto detto, il Comune ha inserito nella sua toponomastica il nome di “via dei Decollati”, assegnandolo ad una strada esistente nei pressi del ponte.

Un cippo, posto all’angolo della strada, resta a ricordarci di questi fatti. Cippo dove, ancora oggi, qualcuno depone dei fiori.

Aggiornamento a settembre 2023: il cippo è stato rimosso, presumibilmente per un’opera di restauro. Lo stesso era stato fortemente danneggiato a causa dei lavori nel cantiere per la realizzazione del nuovo ponte bimodale e, successivamente, per un incidente d’auto che lo ha direttamente coinvolto. Ad oggi, risulta sostituito con una targa commemorativa affissa al muro retrostante.

Ciò che resta del ponte delle Teste Mozze

Durante i recenti lavori per la realizazione del ponte “Bimodale” sono stati riportati alla luce parte delle fondamenta e delle arcate di questo antico manufatto, datato tra il ‘500 ed il ‘600. Il reperto dovrebbe essere visitabile attraverso dei tour organizzati da alcune associazioni e/o dagli enti che ne curano la custodia. Almeno questo era l’intento a suo tempo dichiarato.

Altri dettagli sul Ponte delle Teste Mozze, sul cosiddetto Cimitero dei Briganti e sulle Anime dei Corpi Decollati li troverete in un articolo specifico a 👉questa pagina.

Il ponte dell’Ammiraglio e gli eventi storici principali

Due vicende di particolare rilevanza accompagnano la storia del ponte dell’Ammiraglio. In primis parliamo della leggenda dell’apparizione dell’Arcangelo Michele, che si mostrò a Ruggero I°, sull’esatto luogo dove successivamente si costruì il ponte. Si dice che l’Arcanghelo lo abbia aiutato a combattere gli arabi ed a mettere in atto la loro cacciata da Palermo (1072)… non chiedetemi come.

Garibaldi attraversò il ponte

Successivamente, il ponte dell’Ammiraglio visse in prima persona una sanguinosa battaglia, il cui esito permise l’ingresso in città dei garibaldini.

Infatti, il 27 maggio del 1860, il manufatto fu teatro dei cruenti combattimenti tra i garibaldini e le truppe borboniche. Sul ponte, in pratica, si decise un’importante partita per la successiva entrata in città dei Mille di Garibaldi e l’innesco dell’insurrezione di Palermo.

Dal 2015, il ponte dell’Ammiraglio è entrato a pieno titolo tra i beni riconosiuti e protetti dall’ UNESCO, nell’ambito del cosiddetto “Itinerario Arabo – Normanno“.

Dove si trova?


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